Quando il circo incontrò la Calza

di Antonio Giarola *

Alle radici della mia natura,
si può dire quel che si vuole,
ma c’è il saltimbanco.
(Gustave Flaubert)

NEL MAGICO alternarsi degli accadimenti della vita vi è sempre, a mio avviso, una logica sottile. Nel mondo cosiddetto artistico ciò è ancora più evidente. È del tutto naturale dunque che la follia, intesa come barocco gioco del mascherarsi per interpretare le altre facce di un io covato negli antri più remoti del nostro serio vivere, sia attirata (poiché in qualche modo affascinata) dalla pazzia del «giocattolo» più pazzo, indefinibile, confuso e inafferrabile che esiste al mondo: il Circo.

È così: se estrapolato dalla materialità del suo quotidiano esperire un’attività lavorativa, se interpretato come concetto astratto ma unificante di un insieme di estetiche, il Circo ha sempre vivo nel suo dna il gene della pazzia, perché non è possibile definire in altro modo un spettacolo che, nella cosciente ricerca dello stupore attraverso l’impossibile, abbia tanta dimestichezza con i sentimenti più estremi, resi poesia dall’ineluttabile senso di vacuità della vita stessa, dall’utopico tentativo di vincerne la gravità del peso fisico e della parola.

Ma vi sono «entità» che pur provenendo da luoghi e storie diverse, si «riconoscono» attraverso un recondito istinto animale che unisce un certo genere di istrioni o saltimbanchi.

Roberto Bianchin ed io, a modo nostro siamo certamente due soggetti inusuali, probabilmente metà affabulatori e metà clowns, se con Starobinski intendiamo con questi termini «le immagini iperboliche e volontariamente deformanti che (a partire dal romanticismo) agli artisti piacque dare di sé stessi e della condizione dell’arte» .

Ma è Roberto che ha grandi occhi per guardare lontano e allo stesso tempo dentro alle persone. E’ stato lui a scovare il mio Clown’s Circus più di vent’anni fa a Mestre nel parco di Villa Ceresa, quando, finiti gli studi, mi ero appena gettato nell’avventura che mi avrebbe cambiato la vita. Ed è lui a seguire i miei festival circensi veronesi e ad incoraggiarli con articoli lusinghieri; ed è sempre lui a «precipitarmi» nella magica follia del mondo della Compagnia de Calza «I Antichi», con la naturalezza delle cose ovvie.

I Varietà

È a Montecarlo, nel corso di un Festival Mondiale del Circo che ci siamo reincontrati dopo anni, ed è lì che nasce il progetto di creare un varietà «old style» che potesse coniugare l’innocente follia dei Compagni di Calza con l’Arte del Circo.

Detto, fatto. La ricetta?

Far «soffriggere» nel corso di abbondanti libagioni Luca Colferai, Roberto Bianchin, Maurice Agosti e il sottoscritto, al fine di «rosolare» dei testi dichiaratamente demenziali.

Trovare almeno tre numeri circensi di alto livello di cui almeno uno delicatamente erotico.

Convincere Marino Sartori a creare un leit motiv stravagante e a mettere insieme un’orchestrina di musicisti-attori.

Aggiungere un Casanova «vero» (come tutte le «patacche» vendute dalla Calza).

Far «giocare» tutti i compagni de Calza un pochino più del solito.

Inserire nella storia un’improbabile sfilza di fratelli e sorelle del celeberrimo tombeur de femmes.

Mescolare il tutto a «fuoco lento» per un’ora e mezza all’interno di una struttura appropriata, ed ecco nascere Il Casanova Inquisito, primo ed inimitabile varietà comico, acrobatico e erotico della storia veneziana e, a seguire, tutti i varietà degli anni sucessivi.

La Recitazione

Inizialmente non sapevo dove sarei andato a parare e l’idea di far recitare dei non-attori, come appunto si son sempre definiti i Compagni de Calza, se da un lato mi intimoriva dall’altro, confesso, mi eccitava.

L’attore non professionista è un vero «naif» e a ben poco servono rapide lezioni base di drammaturgia; conta piuttosto una sorta di manipolazione positiva di tutta la compagnia in cui è calato. Se i leader (di solito attori principali) esagerano, da quel «troppo» al «troppo poco» c’è abbastanza spazio per lasciarsi andare nell’interpretazione tipicamente carnascialesca dell’inversione dei ruoli, specialmente dove la comicità gioca volutamente su temi a valenza sessuale. E forse non c’è nulla di più attraente (per chi non ha prouderie convenzionali), del poter recitare-giocando o ancor meglio di giocare a recitare.

Ma questo mix paradossale di naivitè e qualità (dal punto di vista circense), nel disorientare lo spettatore allo stesso tempo lo porta ad immedesimarsi totalmente nel gruppo.

Del resto la Compagnia non ha fatto propria, come molti, la satira quale modello di gioco, ma l’auto-ironia. Ha capito perfettamente che solo mettendo in discussione sé stessi nell’estrema inversione dei ruoli si esula da qualunque demagogia di parte. Il gioco è solo gioco, e le sottili citazioni pseudo-intellettuali che talvolta accompagnano questi lavori sembrano degli accidentali accadimenti che pur strutturano l’impianto complessivo dl gruppo.

Il Circo

In realtà funamboli, equilibristi, contorsionisti, e clown (magari con altri nomi), sono sempre esistiti, da quando l’uomo si convinse che la ricerca dell’impossibile, anche attraverso esercizi fisici, era un modo di avvicinarsi al sacro. Solo molto più tardi queste «ritualità» diventano motivo di attrazione toccando la sfera profana del divertimento, ma entreranno a far parte del Circo come istituzione solo poco più di duecento anni or sono.

Definire «circensi» questi personaggi è dunque solo un modo di semplificare delle tipologie artistiche, ma nel nostro caso è anche un modo di definire l’approccio rispettoso che abbiamo verso questa straordinaria forma d’Arte.

E artisti del calibro dei Los Manducas, Oleg Izossimov, Andrea Togni, Claudia Ayala, Ijls and Veder ed in particolare Nino Zoppè, solo per fare qualche nome, si sono calati completamente in ruoli interpretativi in linea con le estetiche della Calza e sapendosi integrare perfettamente nell’insieme.

Il Futuro

Credo che l’Arte circense, già presente nel dna dei Compagni de Calza, una volta emersa non possa più, in futuro, essere velata. Il Circo sarà parte delle prossime pazzie, sarà il fulcro di progetti «impossibili» (e perciò ancor più circensi) ma anche uno dei luoghi di riferimento di questo incredibile gruppo di amici.

Ma, sono certo, vi saranno anche altri progetti storici, filologicamente seri ed ineccepibili, come il film-documentario di Roberto Bianchin e Silvio Giulietti «David Larible a Villa Grock» .

Il Circo dunque incontrò la Calza e fu certamente amore, ed erano rose e son fiorite!

* Regista, Direttore del CEDAC
(Centro di Documentazione delle Arti Circensi)

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